Lettera congiunta di Compalit e della Consulta di critica letteraria e letterature comparate
Le società scientifiche firmatarie in calce esprimono preoccupazione per alcune gravi criticità emerse con le nuove modalità del bando PRIN, strettamente legate anche alla situazione più generale di gestione dei finanziamenti alla ricerca.
Dagli elenchi dei progetti finanziati emerge chiaramente che moltissimi SSD non hanno ottenuto nessun finanziamento: se si guarda solo all’area 10 (ricompresa in gran parte nei settori SH5, SH6 e SH8), dei 77 settori che la compongono solo una minima parte ha avuto un progetto finanziato. Complessivamente, rispetto a tutte le aree scientifiche (PE, LS, SH) sono stati finanziati 239 progetti su 4.279 proposte presentate (con riferimento al solo bando PRIN), cioè circa il 4,7%, al di sotto delle soglie di successo europee dell’ERC, comunque in forte calo (il tasso di successo dell’ERC scende infatti ogni anno: 14% nel 2024, 12% nel 2025, 8% nel 2026, e si stima che nel 2027 si arrivi al 4%. Un discorso molto simile vale per il FIS italiano e per le Marie-Curie europee).
Questi numeri richiedono alcune urgenti riflessioni, che riguardano due aspetti principali:
- le esigenze progettuali specifiche per le scienze umane (SH), che differiscono da quelle delle STEM (PE) e dall’area medico-biologica;
- la relazione stringente fra le nuove modalità di gestione ed erogazione dei finanziamenti alla ricerca e le nuove figure di pre-ruolo di carattere “intermedio” (ossia gli incarichi di ricerca, gli incarichi post-doc e il contratto di ricerca).
Di seguito esponiamo le questioni che ci sembrano più urgenti.
Il modello di strutturazione del bando PRIN 2026 ha sostanzialmente emulato, nella portata finanziaria di suddivisione del budget fra i progetti, i modelli europei (Horizon, ERC ecc.): erano previste almeno 4 unità di ricerca, con minimo 1.000.000 euro di budget da presentare.
Per la specificità delle discipline umanistiche, questo modello presenta una serie di aspetti molto problematici. Esso favorisce la formazione di cluster intorno a pochi argomenti, spesso a fronte o di consolidamenti disciplinari tradizionali o, viceversa, di “mode” disciplinari contingenti. Ciò avviene a discapito di una diffusione più capillare del sapere, favorita dalla possibilità di portare avanti molti progetti e su argomenti molto differenti fra loro. L’alto numero di SSD che compongono l’area 10 è infatti il riflesso di campi del sapere che hanno da sempre uno sviluppo articolato in una ricca varietà di specificità disciplinari, che è necessario tutelare e incentivare se si vuole favorire lo sviluppo della ricerca scientifica. Tale varietà sempre stata ben supportata dalle programmazioni dei PRIN precedenti, che prevedevano un importo minore per ciascun progetto, ma con la possibilità di poterne finanziare molti di più. D’altronde, per molti dei settori che afferiscono all’area 10 non sono necessari budget molto consistenti, come quelli invece previsti secondo i modelli europei. Da un punto di vista strettamente culturale, la strutturazione del bando PRIN 2026 ha dunque comportato un innegabile impoverimento della varietà della ricerca.
Il secondo punto è ancora più importante. Il problema più macroscopico riguarda, infatti, la relazione fra la nuova strutturazione dei finanziamenti alla ricerca (PRIN, ma anche FIS) e le difficoltà delle università di finanziare posizioni pre-ruolo (con riferimento in particolare a incarichi di ricerca, incarichi di post-doc e contratti di ricerca, che chiameremo, per comodità, d’ora in poi figure post-dottorali). Tali posizioni prevedono dei costi molto più ingenti dei precedenti assegni di ricerca, ma all’aumento dei costi non è corrisposto un adeguamento proporzionale del FFO. Al contrario, le singole università hanno visto crescere le proprie spese, per diversi ordini di ragione: l’adeguamento retributivo di professori e ricercatori, dovuto per legge, il cui relativo onere grava sul bilancio dell’università; l’aumento del personale per effetto del PNRR, con un conseguente aumento della spesa stipendiale; l’aumento dei costi dell’energia. La conseguenza più ovvia è che intere aree disciplinari – a meno che non vincano un progetto competitivo – si trovano senza alcuna possibilità di reclutare figure post-dottorali.
Questa situazione produce distorsioni di natura sociale e di classe che affliggono i non strutturati: tra i neo-dottori e dottoresse di ricerca, solo chi può godere di un sostegno economico da parte della famiglia d’origine può investire grandi quantità di tempo nella scrittura di progetti, che richiedono tempi e procedure sempre più complesse e onerose, togliendo, peraltro, risorse ed energie alla formazione e alle pubblicazioni necessarie per concorrere alle posizioni post-dottorali. Lo stesso vale, in misura crescente, per le colleghe e i colleghi strutturati, sempre più sollecitati a orientare ricerche progettuali su argomenti cuciti su misura per i bandi, a discapito di un’effettiva libertà e varietà della ricerca, che è tale se rimane scevra da vincoli applicativi, spesso invece impliciti nei bandi competitivi a grosso budget.
Alla luce delle criticità qui illustrate, chiediamo dunque un ripensamento sostanziale della strutturazione del bando PRIN 2027 che possa tener conto delle riflessioni qui sintetizzate, rispetto alle quali le società scientifiche sono aperte per un confronto diretto con il Ministero:
- riduzione delle unità di ricerca necessarie e degli importi minimi di budget presentabili in sede progettuale, al fine di poter presentare progetti che richiedono finanziamenti più bassi, ma con l’auspicio che possano esserne finanziati di più;
- tempistiche meno ristrette per la presentazione delle domande progettuali (nel bando 2026 sono state date a disposizione solo 6 settimane tra la pubblicazione e la scadenza del bando);
- eliminazione del criterio secondo il quale PI e responsabili di unità che hanno ottenuto per il progetto presentato un punteggio inferiore a 64/80 non possono ripresentarsi nell’ambito del successivo bando annuale avente le medesime caratteristiche: tale principio ci sembra del tutto ingiusto, perché, stante il divario temporale consistente tra un bando e l’altro, vengono penalizzati soggetti che potrebbero presentare nel bando successivo proposte completamente diverse e virtualmente meritevoli;
- sistemi di valutazione che tengano in considerazione le specificità delle scienze umane, che presentano esigenze progettuali non necessariamente equiparabili alle PE e LS, nell’ottica di favorire una maggiore attenzione alla varietà disciplinare.
A questi punti più specifici, aggiungiamo una rivendicazione più generale e fondamentale che riguarda l’intero sistema di finanziamento della ricerca: resta infatti primaria la necessità di aumentare gli FFO per le università pubbliche (che costituiscono una delle più alte forma di espressione di democrazia del sapere di uno Stato), il che consentirebbe anche di bandire figure post-dottorali con fondi interni, o, in alternativa, di istituire dei consistenti fondi annuali da destinare prioritariamente a contratti di ricerca e borse di studio post-dottorato. Chiediamo quindi che il Ministero dell’Università e della Ricerca tuteli e promuova l’accesso alla conoscenza e alla ricerca, di cui è lo stesso Ministero il primo garante e responsabile. Diversamente, di concerto con le altre società dell’area 10, prenderemo in considerazione ogni alternativa utile per raggiungere gli obbiettivi qui sopra indicati.
Società scientifiche firmatarie:
Compalit – Associazione per gli studi di teoria e storia comparata della letteratura
Consulta di critica letteraria e letterature comparate
